Relazioni

Relazione tirocinio Giorgio Alicata #2

Scelgo di ritornare alla Lab.E.Fo.R.M per svolgere la seconda attività di tirocinio formativo offertami dall’università.

Ritorno in struttura per svariati motivi, molti dei quali citati nella relazione fatta a compimento del primo tirocinio formativo presso la stessa. Ritorno perché parte dei motivi (e della motivazione ) che mi hanno permesso di continuare il percorso presso l’Università Degli Studi Di Catania risiede nella fiducia ritrovata, sia verso l’istituzione Università, sia verso le figure professionali che dovrebbero essere esempi da seguire in vista di uno sviluppo lavorativo, dopo l’esperienza formativa. 

Se l’ultima attività svolta alla Lab.E.Fo.R.M mi vedeva coinvolto nella pianificazione di adeguati programmi e strategie utili allo svolgimento delle attività scolastiche per bambini con DSA, questa volta la struttura mi ha dato la possibilità di seguire l’attività di Spazio Neutro.

In Spazio Neutro avvengono i Diritti di Visita (DV), cioè viene rispettato il diritto che ogni figlio ha nel vedere il proprio/i genitori, diritto concesso da questo “spazio” in qualità di unico luogo in cui i genitori con restrizioni giuridiche nei confronti dei figli (patria potestà decaduta ad esempio) possono ricongiungersi ad essi.

La struttura offre infatti una stanza totalmente dedicata a Spazio Neutro, stanza che cerca di somigliare ad una possibile casa, in termini di accoglienza, tranquillità, libertà espressione e fiducia. Per questo l’arredamento consta di tre grandi divani sui tre lati della camera quadrata, un tavolo al centro, uno specchio nel lato sprovvisto di divani, -specchio unidirezionale- un piccolo bagno, tre quadri appesi e un paio di giochi per bambini.

La descrizione è stata dettagliata perché a mio avviso la strutturazione di questo setting è fondamentale per un corretto svolgimento dell’attività. Spazio Neutro si propone come “seconda casa” dove, se ci sono i requisiti adatti, intraprendere un rapporto genitore-figlio precedentemente perso o a rischio.

Non mi è facile mantenere un registro di formalità e distacco nella descrizione di questa esperienza dal momento che il coinvolgimento emotivo è stato non indifferente -più di dieci mesi (tra il primo ed il secondo tirocinio) passati a studiare esclusivamente libri, test e nomi mi avevano un po' allontanato dalla verità delle attività che intendo occupino il mio futuro professionale- e finalmente, ho dovuto fare di nuovo i conti con la frustrazione.

I DV erano molti all’interno della struttura, e io ho avuto l’opportunità di seguirli tutti, dapprima attraverso le registrazioni del sistema di telecamere installato nella stanza adibita agli incontri genitori/e-figli/o, e successivamente, con molto impegno e fatica, mi è stato concesso dagli operatori ,e anche dai diretti interessati nell’attività, di partecipare attivamente ai sopracitati incontri.

Anche in questa seconda esperienza, di centrale importanza in tutte le operazioni svolte dai professionisti della struttura, è stato il lavoro d’equipe. Per questo sono stato subito affiancato da un assistente sociale che mi ha introdotto gradualmente, sia sul versante giuridico (grazie al quale ho incastrato alcune nozioni studiate per Psicologia Giuridica), sia sul versante pratico, cioè, mettendomi in relazione con i bambini e con i genitori che frequentavano Spazio Neutro. Sempre in ambito d’equipe, ho collaborato con una psicologa che mi ha dato tutta un’altra chiave di lettura dell’attività, andando ad approfondire le relazioni tra genitori e quelle tra genitori e figli, osservando e discutendo di ciò che accadeva all’interno della stanza in un ottica più clinica e magari anche più inferenziale. Altra collaborazione l’ho avuta con la figura del pedagogista, interessato al benessere e alla motivazione dei minori durante gli incontri, dedito alla progettazione di attività per rendere il più possibile piacevole, e quindi produttiva, la loro permanenza in struttura.

La strada della pedagogia, ammetto, è stata quella che più mi ha incuriosito e coinvolto e, sfruttando questa inclinazione, mi sono cimentato nella stesura di tutta una serie di attività finalizzate ad una sana, divertente, costruttiva e giocosa accettazione di Spazio Neutro da parte dei bambini coinvolti nei DV, uno in particolare, che chiamerò “S.”.

Il DV per il quale ho conosciuto S. mi viene presentato come <<il caso più delicato che abbiamo>>, nello specifico S., sei anni, vede il padre in uno spazio protetto in quanto quest’ultimo è accusato di non aver adempito in modo adeguato alle mansioni che il suo ruolo concerne. Ricordo la prima volta che vidi S. entrare in struttura, teneva stretta a se la madre con aria visibilmente stressata e in stato di agitazione. Come detto prima, anche in questo evento è stato l’assistente sociale che, dopo aver fatto accomodare S. e madre nella “stanza dei disegni”, mi ha introdotto e incluso nell’attività, e quindi al caso. L’attività che avevo progettato per quel giorno era una “classica” caccia al tesoro, classica ma non semplice da progettare in quanto al suo interno S. avrebbe dovuto svolgere tutta una serie di compiti finalizzati a più obbiettivi, (tenendo sempre conto dell’estrema resistenza ad interagire con il padre). Senza entrare troppo nello specifico, la caccia al tesoro è servita a sciogliere S., ad instaurare un rapporto con me e gli operatori grazie al Gioco, e ad avvicinare S. al padre che la aspettava nella stanza Spazio Neutro.

Dopo ogni DV, l’equipe si riunisce per discutere sulle vicissitudini del giorno, mettendo in mezzo analisi descrittive, inferenze, impressioni e per monitorare il grado di coinvolgimento/distacco che ogni membro del gruppo ha nei confronti delle persone coinvolte nei vari casi. Tra i momenti più salienti di quest’esperienza ricordo il giorno in cui l’equipe mi ha chiesto come stesse procedendo il mio tirocinio e se avessi riscontrato difficoltà a gestire le mie emozioni di fronte a uno o più di questi casi. Ammetto di aver risposto positivamente, riferendomi ad uno DV in particolare che stavo seguendo e, come è facile intuire, il gruppo è stato disponibile all’ascolto e subito pronto a consigliarmi strategie funzionali di fronte a queste situazioni.

Mi ritengo soddisfatto del lavoro svolto durante questa seconda esperienza di tirocinio, non tanto per i risultati ottenuti -anche se questi hanno influito, in parte sulla mia soddisfazione-, quanto per il percorso fatto. Il gruppo, la collaborazione, i feedback, le strategie di coping, il gioco come base dell’accoglienza dei bambini, il sacrificio, in termini di tempo ed energie, nella stesura e nella messa in atto di determinate attività, la frustrazione portata a casa dopo ogni DV, il supporto psicologico ai genitori, l’incontro tra psicologia e giurisdizione e soprattutto la responsabilità. La responsabilità delle mie azioni che possono influenzare il benessere/malessere di una persona diversa da me, consapevolezza già appresa nella mia prima esperienza in struttura ma che, anche questa volta, si è prepotentemente ripresentata proiettandomi al futuro di una professione così affascinante e nello stesso tempo così difficile da capire.

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